Era nell’arte. 2 o 3 cose che so a proposito di…
Da un’idea di Enrico Gusella, 1999, Sala Rossini del Caffè Pedrocchi di Padova
Della Fragilità dell'operare artistico.
(articoli fragili – reperti di flo)
“Era nell’arte”.
“Era”. L’imperfetto rimanda al racconto, evoca la favola.
“Era nell’arte”. Un’assonanza latente ci ricongiunge all’essenza effimera dell’aria: aria d’arte, arte d’aria…
Eppure “2 o 3 cose che so a proposito di…” ci riporta di colpo alla terra, alla microfisica di “eventi”, meglio “circostanze”, in cui siamo stati artefici, testimoni oculari, sensoriali, presenti e partecipi.
E allora diamo il via con favolosi toni a questa sottrazione, da un flusso scarsamente registrato e intensamente vissuto, di tot circostanze comunicabili. Ogni circostanza è una costellazione.
Prima circostanza
Arrivai tra i TATA in formazione con un romanzo in tasca, tuttora inedito: DI-VISIONI.
-Roba autobiografica, schifò Ennio Ludovico Chiggio, restituendomi la copia, anzi l’originale. Io avevo fantasticato sulle tracce di Blake e nello specifico, di Raymond Roussel. Le sue tecniche automatiche - situazioniste, surrealiste, di costruzione letteraria mi avevano sollecitata.
“Come ho scritto alcuni miei libri”, appendice del “Locus Solus” , breve testo, più appassionante dello stesso labirintico romanzo, mostrava come si può partire, nell’elaborazione immaginifica, dai nomi delle vie di una città, opportunamente smontati e ri-assemblati, per inattesi, sorprendenti significati. Partire dai significanti per trovare nuovi sensi.
Nel mio affidarmi alla casualità, avevo lasciato evidentemente fluire la soggettività (l’elemento autobiografico), per un’immanenza, una necessità. Ludovico aveva ragione, convenni: era robaccia autobiografica e autobiografico, a quei tempi e in quei luoghi, voleva dire individualista, fuori gioco.
Ennio Chiggio veniva dal Gruppo N: Manfredo Massironi, Biasi, Lando, Costa, fondato nel 1960. Un’arte programmata, attenta agli aspetti scientifici, tecnologici, sperimentali. Mi chiese di tradurre in bella grafia questi versi, prodotti da un suo esercizio infantile di sillabazione:
“Tata fa baba a dada e bada alla data.”
Ludovico divenne ai miei occhi “ingenui” la re-incarnazione ludica di Marcel Duchamp, quello della Gioconda baffuta che ha caldo al culo; quello che modella una fontana mistica rovesciando semplicemente un orinatoio; quel celibe che porta in testa una stella, quel mercante di Sale, quel Roseselavì. Questo link si evidenziava in particolare nella foto della scacchiera a misura d’uomo, in cui Ludovico sembra un re baffuto mentre si appoggia a un suo scacco, o ancora nell’autoritratto- ready made di Leonardo cui appose il rossetto sulle labbra,certo per far quadrare il cerchio.
“Tata fa baba a dada e bada alla data”. Scrissi con cura e diligenza la poesia. Così ebbi l’opportunità di riscoprire la magia pneumatica della bella scrittura, lontano ricordo di calligrafie elementari, odore d’inchiostro e carta assorbente.
Certo nella cassetta degli attrezzi avevo più parole che cose, ma il motivo della “finitudine”, in senso temporale –per usare un eufemismo- aveva spinto da tempo i miei pensieri-parole verso il tema degli spazi ed era un tema concreto, non metafisico, come voleva dimostrare la mia recente tesi di laurea “Strategie dei saperi: Storia e critica in Michel Foucault”, curata da Franco Rella.
Erano “spazi altri”, spazi stratificati e complessi, quelli a cui si pensava. Avevano a che fare con dispositivi di controllo, strategie disciplinari, apparati normativi, saperi-poteri, “grana delle cose”, possibilità di resistenze…giochi seri.
Così i miei giochi di parole fluirono in Tata, territorio ludico per eccellenza.
Per il primo catalogo, “Tata ovvero del Ludico” del 1982, scrissi schede ludiche, animate dalla pratica del salto in saperi diversi, proliferanti di significati, di reazioni a catena. Si trattava di scrittureautonome e insieme collegate a opere tata e a costellazioni di immagini. L’interrelazione tra linguaggi diversi mirava a innescare il “plussenso” dell’opera, come lo chiamavamo.
Ludovico diceva che l’opera vera dei TATA non erano gli oggetti d’etichetta, ma i cataloghi, quei libri oggetto che dovevano diventare sempre più materici, palpabili, scultorei, seducenti, e caotici, risucchiati da un’immanente entropia, proprio nel momento in cui si cimentavano in operazioni analitiche e tassonomiche.
“Tata fa baba a dada e bada alla data.” Il motto siglava una soglia, il riferimento da un lato al passato –la retro- avanguardia DADA- dall’altro indicava l’altrove temporale, i tempi nuovi dei TATA.
“C’è della gente che spiega perché ce n’è dell’altra che impara. Sopprimete entrambe e non resterà che DADA.” Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro, 1918, erano tempi di guerra, ma gli spazi dada erano neutrali: Zurigo, Berlino, New York. In giro c’era ben poco da imparare, a parte l’istruzione… militare.
Una cosa che so è che, nei primi anni 80 del Novecento, intorno, anzi nell’underground della fragile galleria TOT, c’è stata una fucina d’idee, c’è stato un laboratorio dove pensare era un’avventura.
Era il tempo dei fasti socialisti, delle parate spettacolari, del trionfo del look.
Gli oggetti del nuovo design luccicavano sopra tante domande degli anni 60 e 70 rimaste senza risposte, in sospeso su tante teste. Quadri che vedevamo indifferenti, sporchi o poco lucidi transitavano veloci l’oceano postmoderno. Transavanguardia: la cosa più pulita ci era parsa il nudo di Achille Bonito su Frigidaire.
Ludovico aveva architettato un’oggettistica ludica e lucida insieme. La qualità dei materiali, il rimando agli stili, alle mitologie, la precisione del taglio concettuale e formale, il travaglio progettuale collettivo, l’etichetta raffinata, insieme all’”inimitabile catalogo”, sembravano farsi garanti, verso un pubblico necessariamente borghese, di un dato di fatto: il sistema di sicurezza era intatto. Tautologie senza innocenza. Fragile spettacolarità. “Strategia di apparenze” è stato scritto, attenta alla “fascinosa spettacolarità della merce”.
Tra i riflessi di specchi sfacciati e di vernici impeccabili si insinuavano e si intrecciavano, grazie ai Tata presenti, inquieti sorrisi che lasciavano filtrare un alito gelido, un sentore di morte.
Era il sorriso “profondo” di TATA, fragile sorriso, il sorriso di alcuni degli 11 che si erano prestati all’i-denti-kit dell’avanguardia.
No, TATA non è stata solo LITTERatura.
Sentii subito l’esigenza di materializzare le mie provocazioni, i miei punti di rottura, di caduta, i motti di spirito. Così nacquero poesie visive, poemi oggetto, quadri oggetto. Costellazioni verbali interagenti con costellazioni di immagini e con costellazioni di oggetti collettivamente discussi e spesso litigati. Provocazioni e sfide tra Ctata e Ptata, che nell’identikit dei sorrisi dell’avanguardia si era nascosto dietro il sorriso di Tony Negri, ritenendosi così più ricercato.
Francalanci, meglio di un bambino, faceva la parte del critico rumorista applicando cartolina e molletta alla ruota buddista -duchampiana dell’infanzia. Nel farla girare con gesto a dir poco sacrale alludeva, illudeva e ci deludeva tutti…come aveva già teorizzato.
Negli anni ottanta dentro il gruppo dei TATA, partii dalla scrittura come traccia impalpabile, registrazione letteraria di percorsi ludici. Arrivai successivamente a cosificarla, questa scrittura, a darle consistenza corporea attraverso l'uso di materiali diversi: caratteri di legno, sassi, piume, filo spinato, scatole di sale. Certo non sfuggii alle seduzioni dell'elemento fisico, anche nella sua povera forma di rifiuto, di immondizia,
Sono partita da“Litter: “spazzatura”.
Ludovico aveva agitato davanti ai miei occhi la "litter-atura".
Saltellai a lungo tra resti di parole e rifiuti di cose.
Tuttavia ci sono fini speculativi e fini Speculativi.
Seconda circostanza
"Ludico: opere fragili, da maneggiare con cura" .
È il titolo del saggio di Ernesto L.Francalanci per il catalogo della Quindicesima Biennale Internazionale del Bronzetto e della piccola scultura, L'avventura dell'oggetto, Padova, 1991.
Presentava le opere dei Tata superstiti e neofiti.
La fragilità era già stata distribuita nel 1982 attraverso il tatalogo che più riconosco , quello appunto Da Dada a Tata un Fluxus Fragile.
La fragilità TATA NEL 1991 è saggio-manifesto:
C'era L'altra fatica di Atlante di Paolo Pavan, il mappamondo piatto,che diventa tondo solo girando, esposto nella nostra irruzione ferrarese del 1983 “Monumento e amnesie”, dove ovviamente lui rappresentava il monumento e la sottoscritta le amnesie.
C'era Impostazione Strutturale Astanza della Architettura di Ginio Zambon, la cappella degli Scrovegni allusa precariamente da un castello di cartoline grottesche, in una scatola di plastica trasparente, riparo effimero dai “soffi” che minacciano la staticità, se non la stabilità delle opere.
C'era La legge non legge di Andrea Pardini, riflessione sferoide sulla cecità e volubilità del diritto, c'era l'Opundia catacretica di Ludovico, sintomo pungente di una passione botanico-filosofica che avrebbe verdeggiato negli anni successivi.
C'era La main qui gratte di Baruffi e De Santi, sui pruriti progettuali di utopisti malridotti dai canoni urbani.
C'era A Concise Book of Classical Architecture di Tom Garner: dietro il marmoreo titolo, dietro la facciata decorosa: il vuoto di contenuto, il vuoto di senso.
C'era "Sorry-so": la radiografia dei miei denti...
L'avevo donata anni prima al Barbagianni (Ludovico).
Era uno scarto patologico che funzionava come autoritratto, Sorriso Tatanico, l'avevo inizialmente chiamato.
Era un grazie alle polisemie Tata, ai pensieri formati in bocca, al di là del Surrealismo.
Era un addio a Tata. Le strade si separavano.
Era un resto di un' irruzione scenica avvenuta nel 1983 in piazza dei Signori.
MAN X NEGATIVO VARIABILE.
La carne di vacca l'avevo buttata nel cassonetto immediatamente dopo l'evento.
L'avevo cucita su un lenzuolo, teso in verticale su tubi innocenti, messa in scena patologica della vita quotidiana.
Troppa carne. Sì. Era così.
Il silenzio è oro ma l'urlo dadaista è terapeutico.
Il manichino-montaggio di radiografie bisex , che pendeva da un tubo su un lato del lenzuolo, sagoma egizia, Frankestein ridotto al piatto, Ludovico se l'era portato via con il suo relativo attaccapanni.
Una premonizione, un destino, un dispositivo la fragilità!
In "Ludico: opere fragili, da maneggiare con cura", Ernesto L. Francalanci adotta come "manifesto del ludico" il mio "Sorry-so": "una radiografia del corpo interno, che mette in chiaro il sorriso a denti stretti che si cela dietro la pelle dell'apparenza"; e ancora:"Il significato del riso, infatti, come vuole farci intendere Floriana Rigo, è tutto nel soggetto e niente affatto nell'oggetto del riso." Certo, le evidenti plumbee patologie della mia dentatura radiografata erano e sono ancora, in quella istantanea, l'epifania della fragilità dell'elemento corporeo soggettivo. Per quanto concerne la lastra, la componente materica dell'opera, parziale "oggetto del riso", le vanno riconosciute qualità di resistenza agli "agenti" del deterioramento superiori a quelle della dentatura stessa del soggetto. Una rinnovata esposizione alle radiazioni potrebbe confermare quanto si sostiene producendo un nuovo "originale" radiografico, se non un altro "Sorry-so", ammettendo una replica inizialmente non concessa, ma successivamente possibile grazie all'inesorabile passare del tempo, esaltatore di fragilità, di patologie.
Una lastra, in caso di eclissi, lo abbiamo constatato, può essere utilizzata per filtrare le potenti radiazioni del Sole, supremo riferimento divino per tanti popoli, in tante epoche. Eppure basta un fuoco per eliminare una lastra.
Ma non fu il destino del "Sorry-so" quello di finire consumato dal fuoco, non ancora.
Terza circostanza
Fu un’altra circostanza, quella del fuoco.
In un freddo giorno di marzo del 1992, al suo ritorno dai territori africani, a Sarenco Aziz, nome musulmano di un artista-gallerista originario di Vobarno, all'anagrafe cattolica Isaia Mabellini, probabilmente per scaldarsi, venne l'originale idea di realizzare un bel falò con le opere della sottoscritta, nell'autunno da lui organizzate in una bella mostra all'interno degli spazi espositivi della sua Domus Jani, centro internazionale d'arte con sede a Illasi, Verona, ora “OPERA COMBUSTA”, “immortalate” dalle foto di Fabrizio Carghetti.
Forse Aziz non aveva gradito l'ultima installazione da me realizzata nel Malindi Artists Proof, da lui gestito in Kenya: AFREECA , una scrittura con....corda tagliata, con la collaborazione di Alvas, un operatore domestico nella sua villa neocoloniale di Malindi, di cui Aziz sognava di diventare sindaco.
Certo la sottoscritta più che delle opere, si sentì defraudata dell'immagine della loro distruzione, realizzata a sua insaputa, grazie alla manodopera di Illasi.
Gli unici oggetti che lo scrupoloso gallerista restituì furono quelli non combustibili e frangibili: un ferro da stiro di ghisa e una griglia con la scritta PRIVATO, fatta con catena di ferro e chiusa da un lucchetto altrettanto metallico. Per fonderli avrebbe avuto bisogno di un forno, non disponibile nel momento in cui esplose una furia distruttiva sostenuta da un ombroso di-vino .
Ogni opera tende verso il proprio rifiuto, scrissi e rappresentai nel 1989 per “Che cosa è?”, irruzione scenica nel circolo “Intimo” di via Trieste, curato da Renato Petrucci, scultore, poeta, attore, animatore insostituibile.
Evidenziavo l'accrescersi dello "scarto", del “resto”, nell'interazione dell’opera col tempo. Alludevo anche all'aumentare della distanza di un'opera, elemento oggettuale, dal suo referente soggettivo e viceversa.
Accetto, mi attribuisco titolo e ruolo di artista solo duchampianamente, totalmente, come uno dei possibili travestimenti.
È un travestimento rituale, sacrale, vitale, fragile. È scegliere la Comunicazione.
La definizione di “operatrice ludica” , da me utilizzata negli anni 90, (“operatrice didattica” per professoressa, a scuola, o “operaia della cultura”) certo suona male, come “operatrice domestica” per “ donna delle pulizie” o “operatrice ecologica” per “ spazzina”. Si rimanda tuttavia allo Sporco, a un Trash prodotto a monte con cui si deve fare i conti, una immondizia che ci coinvolge, a un dover fare ordine e pulizia.
Quarta circostanza
Solo oggi, al ritorno dall' alta montagna dove mi davo arie più pure, dopo una ventina di giorni dall'accaduto, registrato sul Mattino di Padova del 4 agosto da un articolo di Beatrice Andreose, ho appreso che due mie opere hanno subito un intervento devastante.
Si tratta di due installazioni ideate e realizzate per la mostra IL GIARDINO DELLE DELIZIE, nel parco della villa neo-gotica Miari De' Cumani, a Sant'Elena di Este, a cura di Maria Luisa Trevisan.
"Narciso", un assemblaggio riflessivo, galleggiava nello stagno: una canna da pesca svettava da una gabbia dorata; dalla bava pendeva uno specchio ovale, inclinato verso la superficie dell'acqua. Il titolo, parte integrante dell'opera, era più grande della stessa: Dal centro di una zattera a forma di occhio si elevava una canna di bambù al cui stendardo, costituito da una griglia metallica, erano ancorate le lettere in polistirolo.
"Stroncata" era invece collocata sopra il vasto ceppo di un vecchio tronco reciso, in una radura circondata da alberi, luogo ideale per incontri sabbatici. Queste installazioni attivarono, nella loro esposta e provocante fragilità, la furia distruttiva di una banda di ragazzini, a loro volta privi di protezione culturale. In parte si sono scatenati a colpire, a sminuzzare, a disperdere i pezzi, nei sentieri biforcuti del giardino, in parte hanno fatto esercizio di creatività reinventando la collocazione di una testa di manichino. Dall'interno del televisore rosso in cui era stata collocata, la testa è finita a pendere, grazie al filo elettrico di cui era dotata, all'interno del ninfeo della villa, costruendo uno scenario ancora più macabramente gotico. I bambini, esseri teneri per eccellenza e non certo fragili (lo sono molto di più i secchi vecchi), sono esseri esposti alle violenze delle storie.
I bambini, impiccati poi da Cattelan in uno spazio metropolitano, furono in quel contesto "villano", –loro stessi- protagonisti attivi, di un’impiccagione, o meglio, della esposizione di una testa gia mozzata, che si dava “protetta” da un televisore. Ma la testa, se pur virtuale, feticcio, era una "cosa vera", era simulacro, e da qui è partita la sollecitazione che ha armato di una spranga il braccio dei ragazzi.
“Non avremo distrutto tutto se non avremo distrutto anche le rovine…”, ci incantava Alfred Jarry, e su una pista patafisica, ludica “scienza delle soluzioni immaginarie”, si è deciso di mettere in “bell’ordine” i reperti.
"Opere fragili", "maneggiare con cura".
Floriana Rigo
Padova, 20 Agosto 1999
Marzo 2008